CLAUDIO MARCHISIO: "ALEX MI HA DETTO : MA CHE GOAL HAI FATTO?"
Claudio Marchisio, da come si stropiccia gli occhi ha fatto festa tutta la notte. «Macché. Non ho dormito molto, ma perché avevo mal di stomaco e dall’antidoping sono uscito all’una passata». S’è già rivisto la sua magia che ha steso l’Inter? «La partita la riguardo sempre. Stavolta due volte, su Sky e Juve Channel». Che effetto le ha fatto? «Quando rivedo i miei gol mi viene sempre un po’ da ridere, davvero». Ferrara dice che quasi gli prendeva un colpo: perché non ha tirato subito? «Non ne avevo lo spazio e il tempo. Premesso che in quegli istanti non è che stai tanto a pensare, ho visto Samuel entrare in scivolata e mi è andato bene lo stop: sono stato fortunato, perché con questi palloni nuovi e con le scarpe ormai di plastica, a volte la palla ti può schizzare, invece è rimasta lì. Poi con Julio Cesar addosso ho tentato il pallonetto». Bei fotogrammi per Lippi. «Spero l’abbia vista in tv». Il complimento più bello? «Ripensandoci, perché sul momento ero solo felice di aver segnato, le parole di Del Piero. Mi ha detto: “Ehi, ma che gol hai fatto?”» Poi sommersi sotto la curva. «Quando m’ha sollevato ho sospirato: “Aspetta un attimo, sono davvero stanco”. Giusto così, però. I tifosi ci tenevano da matti a questa partita e se lo aspettavano. Ci sono rimasti vicini anche in un momento difficile, senza farci sentire la pressione. E ora pensiamo al Bayern». Bambino nel dicembre del ‘94, era in tribuna, pazzo per un gol vincente di Del Piero: ha afferrato il sogno? «È una favola che continua, pure grazie ai sacrifici di papà, Stefano. Anche se mi stanno capitando delle cose che neppure sogni, da piccolo». Impossible is nothing: se l’è tatuato sull’avambraccio. «Nulla è impossibile, il motto della mia vita. Nessun sogno merita di essere abolito». Da riserva juventina a titolare, Nazionale compresa, in un anno solare: il punto di svolta? «Il gol alla Fiorentina, la scorsa stagione, il primo in A, è contato molto. Nelle giovanili segnavo spesso, qui invece non arrivava. Gli altri centrocampisti segnano, mi dicevo, e se non lo faccio pure io non arrivo da nessuna parte. È stata una liberazione. Ne parlavo anche con mio papà». Le sta molto addosso? «Per niente. Ha giocato un pochino stopper, poi s’è dato al rugby. Ma è il primo con cui parlo dopo ogni partita: dice sempre le cose come stanno. E poi c’è la Juve, fin dall’inizio». Cioé? «Nelle giovanili ti inculcano un carattere, anche a sette anni, che è differente rispetto a qualsiasi altra squadra». Mai pensato di mollare? «No. Però ci sono stati momenti difficili. Come dopo l’anno della B, quando feci 25-26 partite, e pensavo di essermi giocato bene la chance: mi diedero in prestito all’Empoli. Ci rimasi male, ma mi ha fatto bene». Pure ora rientrava dall’infortunio. «Era solo un menisco, ma ero un po’ giù: mi ero fatto male in un buon momento». Il suo salvagente? «La famiglia, che sta sempre vicino, anche nei momenti duri. Mia moglie Roberta, e poi Davide (nato a settembre, ndr): tenerlo in braccio è un’emozione unica». Sul prato s’arrangia ovunque. «Mi adatto: sinistra o destra non fa molta differenza». Mestiere preferito? «Direi quello di sabato sera, in un centrocampo a tre, è divertente: perché posso spingere. Anche se più dei moduli, conta il carattere e la concentrazione che ci metti». Segnando qualche gol, s’avvicina a Gerrard, il suo mito. «Non scherziamo. Lui ne fa tanti di più: il paragone è ancora una bestemmia».
, Lunedì, 07 Dicembre 2009 12:48,Vistato: 190 volte, Commenti(0)